Nel corso del XVI secolo il Mediterraneo centrale fu il teatro dello scontro tra gli imperi ottomano e spagnolo. Dalle basi del Nord Africa i corsari barbareschi effettuavano audaci incursioni, saccheggiando le coste dell’Italia meridionale e riducendo in schiavitù le popolazioni rivierasche. Già nel 1530 il marchese di Alarcón, in una lettera indirizzata all’Imperatore Carlo V, aveva constatato che le città salentine non erano in grado in alcun modo di difendersi dal Gran Turco o de qualquiera otra potencia.
Nel 1532 il viceré di Napoli don Pietro da Toledo, nel tentativo di organizzare una valida difesa costiera, impose ai comuni litoranei (le Università) di costruire a proprie spese delle torri di avvistamento a protezione del territorio di competenza. Le precarie condizioni economiche delle amministrazioni locali fecero fallire il progetto e solo pochissime torri furono così edificate.
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Il progetto fu ripreso nel 1563 dal viceré don Pedro Afan De Ribera, duca di Alcalà, sotto il diretto controllo dello Stato. Tutte le torri già esistenti furono espropriate e la dislocazione delle nuove pianificata da ingegneri regi. In questo modo fu concepita un’ininterrotta e organica catena di fortificazioni a difesa dell’intero litorale del Regno di Napoli. Le torri comunicavano tra loro tramite segnali visivi (fumo di giorno, fuochi di notte) e acustici (campane e salve di artiglieria) rivelando così la presenza di navi pirata sia alle popolazioni costiere sia ad altre imbarcazioni.
Per finanziare le ingenti spese di edificazione e armamento fu imposta alle sole Università costiere una tassa in base al numero degli abitanti, estesa in seguito a tutti i centri abitati distanti fino a 12 miglia dal mare.
Nel 1590 era state edificate ben 339 torri, molte delle quali però già in rovina a causa della mancanza di manutenzione e per la scarsa qualità dei materiali da costruzione.
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La tipologia delle torri è varia, le prime ad essere costruite hanno generalmente una pianta circolare di diametro variabile (base troncoconica e corpo cilindrico). Seguendo le indicazioni degli ingegneri regi venne in seguito edificate con pianta quadrangolare e forma troncopiramidale. Caratteristiche comuni ad ogni torre sono la cisterna collocata al piano terra per la raccolta dell’acqua piovana, l’ingresso al primo piano sul lato opposto al mare e accessibile solo tramite una scala in legno rimovibile, un unico locale abitabile al primo piano munito di camino e privo di aperture verso il mare, una terrazza scoperta sulla sommità per ospitare i pezzi di artiglieria. Armate di cannoni, con calibri differenti a seconda della loro importanza, le torri potevano anche rivestire una funzione offensiva danneggiando i battelli nemici e impedendo lo sbarco dei pirati.
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Al comando di ciascuna torre era preposto un caporale, un sottufficiale dell’esercito imperiale che doveva essere, almeno in origine, di nazionalità spagnola. Responsabile dell’artiglieria e delle munizioni in dotazione e dell’efficienza della torre stessa, dove obbligatoriamente risiedeva, era incaricato di far la guardia di giorno e di notte, fare i soliti segni acciocché le genti dei luoghi vicini stiano avvisati. Aveva al suo comando due o tre soldati (compagni) che venivano invece reclutati sul posto; i loro salari dovevano essere anticipati dall’Università nel cui territorio sorgeva la costruzione, somme che venivano poi rimborsate dal governo vicereale.
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La documentazione d’archivio (per il Salento fondamentale è l’opera di Giovanni Cosi) ci restituisce un interessante spaccato della vita quotidiana in questi solitari avamposti. I caporali potevano restare in servizio fino in età molto avanzata come ad esempio lo spagnolo Agostino Lopes che rinuncia alla sua carica di custode della Torre di Roca vecchia (Melendugno) ormai ottantenne. La patente di caporale di una torre poteva passare, previo reale assenso, anche di padre in figlio, singolare è il caso di Angelo Antonio Meraglia di Patù che probabilmente subentra al padre Francesco nel comando della Torre di San Gregorio nel 1673 e si impegna a pagare al genitore la somma di 13 ducati annui e ad assumere come compagno il fratello Domenico. Nel 1746, invece, il capitan torriero della Torre di Sant’Andrea (Melendugno) denuncia il suo superiore Marcello Cesano che pretendeva il pagamento di 5 grana per il rilascio del certificato di servizio mensile.
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L’ufficio di caporale poteva poteva anche generare tensioni e inimicizie con la popolazione locale; lo spagnolo Gregorio Martines nel 1586 rinuncia al comando della Torre Diso dopo aver subito un attentato, a colpi di archibugio, mentre si recava a ritirare il suo stipendio. Fatali, invece, furono le lunghe guardie ad Angelo Licchetta, colpito da un fulmine sulla Torre Specchia Grande di Corsano. All’obbligo di abitare nella torre affidatagli sembra contravvenire Cataldo Accoto, caporale della Torre Minervino (S. Cesarea Terme) che indica una residenza diversa nel suo capitolo di matrimonio del 1572. La spagnola Isabella Octicosa, invece, risulta abitare prima del suo matrimonio nella Torre di Novaglie (Corsano) probabilmente con il padre.
La guarnigione della Torre di Montelungo (Gagliano) il 4 giungo del 1591 riesce grazie alla sua artiglieria a impedire lo sbarco degli equipaggi di quattro galeotte turche, ma i colpi di cannone non sempre hanno un significato funesto. Quello della Torre di Sant’Isidoro (Nardò) sparò a salve, nel novembre del 1625, per salutare il caporale Giovanni Francesco de Pandis che riprendeva il suo comando dopo esser stato assolto dal Tribunale di Lecce e rimesso in libertà.
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L’edificazione delle torri si protrasse fino al XVIII secolo, nel 1748 ne risultano costruite 379, di cui 80 in Terra d’Otranto. A presidio delle fortificazioni costiere, spesso ormai ridotte a ruderi non abitabili, furono destinati i soldati del Battaglione degli Invalidi, istituito da Carlo III di Borbone e composto da veterani che non potevano più svolgere il servizio attivo in quanto inabili.
La conquista da parte francese di Algeri nel 1830 mise definitivamente fine alla pirateria degli stati barbareschi, dopo l’Unità d’Italia si procedette alla vendita delle torri, in gran parte acquistate dallo Stato.







