Tra il XVI e il XVIII secolo la guerra di corsa tra l’impero ottomano e gli stati europei alimentò un fiorente commercio di schiavi. A farne le spese erano le popolazioni costiere dell’intero Mediterraneo, prese prigioniere durante le razzie, gli equipaggi e i passeggeri delle navi catturate. Venduti come merce nelle principali piazze europee e nordafricane erano destinati nelle peggiore delle ipotesi a servire come rematori nelle galere. Motore di tutte le flotte militari e mercantili del Mediterraneo i galeotti, potevano essere infatti salariati liberi (i cosiddetti buonavoglia), criminali condannati al remo o appunto schiavi. Si è calcolato che nel solo XVI secolo, quello della battaglia di Lepanto (1571), le potenze navali mediterranee abbiano utilizzato da 750.000 a 1.500.000 di rematori. Un destino decisamente migliore toccava in sorte agli uomini e alle donne destinati al servizio domestico o alle attività produttive di un privato
La liberazione degli schiavi cristiani, tramite il pagamento di un riscatto, fu affidata agli ordini religiosi dei Trinitari e dei Mercedari, ma anche a istituzioni laiche come ad esempio la Santa Casa della Redenzione dei Cattivi di Napoli, l’Arciconfraternita di Santa Maria la Nova di Palermo o l’Arciconfraternita del Gonfalone di Roma. Le trattative erano lunghe e complesse, una volta concluse positivamente generavano un enorme flusso di denaro verso le Reggenze barbaresche di Algeri, Tunisi e Tripoli. L’economia del riscatto divenne l’attività principale di queste città alimentando le attività corsare.
Il mondo musulmano non possedeva invece simili organizzazioni e spesso era proprio la corte del Sultano ad intervenire per liberare prigionieri di alto rango.
Frequenti, su entrambe le sponde del Mediterraneo, erano le conversioni. I cristiani diventati musulmani, riacquistavano la libertà e potevano fare fortuna in una società molto più mobile e dinamica di quella degli stati europei.




