Tra il XVI e il XVIII secolo la guerra di corsa tra l’impero ottomano e gli stati europei alimentò un fiorente commercio di schiavi. A farne le spese erano le popolazioni costiere dell’intero Mediterraneo, prese prigioniere durante le razzie, gli equipaggi e i passeggeri delle navi catturate. Venduti come merce nelle principali piazze europee e nordafricane erano destinati nelle peggiore delle ipotesi a servire come rematori nelle galere. Motore di tutte le flotte militari e mercantili del Mediterraneo i galeotti, potevano essere infatti salariati liberi (i cosiddetti buonavoglia), criminali condannati al remo o appunto schiavi. Si è calcolato che nel solo XVI secolo, quello della battaglia di Lepanto (1571), le potenze navali mediterranee abbiano utilizzato da 750.000 a 1.500.000 di  rematori. Un destino decisamente migliore toccava in sorte agli uomini e alle donne destinati al servizio domestico o alle attività produttive di un privato

Jan Luyken. Mercato degli schiavi di Algeri, 1684, Amsterdam Historic Museum

La liberazione degli schiavi cristiani, tramite il pagamento di un riscatto, fu affidata agli ordini religiosi dei Trinitari e dei Mercedari, ma anche a istituzioni laiche come ad esempio la Santa Casa della Redenzione dei Cattivi di Napoli, l’Arciconfraternita di Santa Maria la Nova di Palermo o l’Arciconfraternita del Gonfalone di Roma. Le trattative erano lunghe e complesse, una volta concluse positivamente generavano un enorme flusso di denaro verso le Reggenze barbaresche di Algeri, Tunisi e Tripoli. L’economia del riscatto divenne l’attività principale di queste città alimentando le attività corsare.

Il mondo musulmano non possedeva invece simili organizzazioni e spesso era proprio la corte del Sultano ad intervenire per liberare prigionieri di alto rango.

Frequenti, su entrambe le sponde del Mediterraneo, erano le conversioni. I cristiani diventati musulmani, riacquistavano la libertà e potevano fare fortuna in una società molto più mobile e dinamica di quella degli stati europei.

Il riscatto di prigionieri cristiani negli stati barbareschi. Anonimo del XVII secolo